HISTORY OF MEDICINE - STORIA DELLA MEDICINA

The Middle Ages - Il Medioevo

 

La scuola salernitana

E' considerata la più antica ed illustre istituzione medievale medica del mondo occidentale; in essa confluirono tutte le grandi correnti del pensiero medico fino ad allora conosciuto: la leggenda narra infatti che nacque dall'incontro di un medico romano, uno greco, uno ebreo ed uno arabo. Le prime testimonianze storiche certe risalgono all'inizio del IX° sec.: in quel tempo lo studio della medicina a Salerno era principalmente pratico e, anche se la tendenza di questa scuola è spiccatamente laica, erano i monaci che tramandavano oralmente gli insegnamenti.


Una delle novità più importanti di questa scuola sta nel fatto di non accettare passivamente la malattia: non solo non si arrende di fronte ad essa, la combatte e la cura, ma soprattutto cerca di prevenirla con ben precisi strumenti medici; si oppone inoltre alla teoria secondo la quale è inutile curare il corpo in quanto la vera salvezza non appartiene al mondo terrestre. Alla base del concetto di medicina della scuola di Salerno stanno approfonditi studi anatomici sul corpo umano, l'importanza dell'armonia psico-fisica e il valore di una dieta corretta ed equilibrata, principi che ancora oggi sono ripresi e riaffermati dalla medicina psicosomatica e dalla scienza dell'alimentazione.


Altro grande progresso è il fatto che i maestri salernitani sono disposti a scendere dalla cattedra per avvicinarsi al letto del paziente e discutere con gli allievi degli aspetti clinici delle malattie. Non era comunque facile diventare medico a Salerno: prima bisognava studiare la logica per tre anni, poi altri cinque erano di scuola medica (non solo la teoria sui classici greci, ma anche la pratica con autopsie per poter riconoscere i vari organi e capirnela funzione) ed infine si sosteneva un esame sia con il maestro del corso, sia alla presenza di un collegio composto da altri medici. Se l'esame veniva superato il giovane medico riceveva un attestato davanti al quale il re rilasciava la licenza per esercitare la professione non prima però di avere trascorso un anno come tirocinante presso un medico anziano. Da notare infine che la scuola era aperta indistintamente a uomini e donne che tuttavia esercitavano soprattutto la ginecologia.


I precetti fondamentali della scuola salernitana sono raccolti nel Flos Medicinae Salerni (detto anche Regimen sanitatis salernitanum o Lilium medicinae): è un trattato igienico-profilattico a carattere divulgativo che espone una serie di norme scritte in versi che individuava una serie di elementi esterni all'organismo (alimentazione, luoghi, fattori climatici, attività fisica...) che andavano controllati e regolati al fine di conservare e migliorare la salute dell'individuo. Veramente notevole era la conoscenza delle erbe medicinali; tra gli innumerevoli esempi può essere ricordato l'issopo contro le bronchiti e le affezioni respiratorie, la ruta per la vista (favorisce la microcircolazione oculare), il colchico come antireumatico. Non si può poi dimenticare l'importanza che ebbe la chirurgia: nella Practica chirurgiae di Ruggero Frugardi (il primo chirurgo salernitano) sono menzionate tecniche come la sutura dei vasi sanguigni usando fili di seta, le metodiche per la trapanazione del cranio, una sorta di rudimentale anestesia effettuata con sostanze estratte dalla Spongia somnifera e il consiglio di adoperare nella terapia medica del gozzo spugne ed alghe contenenti iodio.

 

Le università

Le prime università sorsero a partire dal XIII° sec. dove già esistevano centri di studio sia laici, sia di ispirazione religiosa, famosi per l'abilità o per il valore didattico di determinati insegnanti. Queste istituzioni erano molto ben viste dai comuni e dai loro regnanti perché contribuivano alla loro fama: c'erano vere e proprie gare per avere i migliori insegnanti e il maggior numero di studenti. Ai primi erano riservati lauti compensi, onori, privilegi ed esenzioni; i secondi erano attirati non solo dall'amore per la conoscenza, ma anche dalla possibilità di godere delle occasioni di bella vita e di piacere offerti dall'ambiente goliardico. La prima università in Italia fu quella di Bologna (1088) e i primi corsi di medicina partirono nel XII° sec. dando a chi li frequentava le qualifiche prima di Magistri, poi di Medici fisici, quindi di Professori ed infine di Dottori. L'ufficialità alla facoltà di medicina (all'interno di quella degli artisti) fu concessa dal papa Onorio III nel 1219 provocando non poche proteste da parte degli universitari giuristi che fecero forti pressioni per impedire il riconoscimento di uguali diritti ai nuovi arrivati, cercando di allontanarli il più possibile verso altre città. Fu così che all'università di Bologna fecero ben presto seguito quelle altrettanto famose di Padova (1222) nata da un gruppo di insegnanti e studenti provenienti da Bologna, e di Napoli (1224).

Da ricordare all'estero l'università di Montpellier, che risentì molto sia dell'influenza ebraica, sia di quella della scuola salernitana e l'università di Parigi, riconosciuta ufficialmente nel 1200, entrambe sotto la diretta dipendenza dell'autorità ecclesiastica; dall'esperienza di quest'ultima nacquero poi le università di Oxford e Cambridge.

 

Le pestilenze

Con la parola pestilenza si indicava qualsiasi genere di malattia epidemica rapidamente diffusibile anche per cause diverse dal contagio vero e proprio (intossicazioni, carenze alimentari...). Per spiegare queste morie l'epidemiologia medioevale ricorse ad interpretazioni naturali e soprannaturali: l'opinione più diffusa era la presenza nell'aria di vapori nocivi contenenti un veleno pestilenziale; un'altra ipotesi era quella di giganteschi incendi scoppiati in oriente che producevano fumi velenosi, oppure il morbo poteva provenire anche dalle viscere della terra o dal cielo a causa di maligne congiunzioni astrali. Ci fu poi anche chi pensava all'avvelenamento dei pozzi da parte di ebrei o di lebbrosi, scatenando così vere e proprie persecuzioni soprattutto in Francia, credenza che rimase radicata nella storia dando luogo alle dicerie sugli "untori" in epidemie posteriori.


A partire dal XII° sec. si può fare in Europa un conto approssimativo di una pestilenza più o meno grave in media ogni 10-15 anni. Senza contare la lebbra, una delle malattie più conosciute fin dall'antichità e di cui si parlava già nella Bibbia, le patologie che più frequentemente causavano queste morie erano: la malaria, il fuoco di S. Antonio, il vaiolo, il tifo, lo scorbuto e soprattutto la peste bubbonica. Quest'ultima raggiunse il massimo della mortalità nel 1348 manifestandosi nella forma polmonare che dava esito letale già nel terzo o quarto giorno di malattia: il contagio cominciò nel 1333 in Asia, si diffuse verso l'India ma colpì anche la Crimea e le altre zone intorno al Mar Nero da una parte e la Mesopotamia, l'Arabia e l'Egitto dall'altra; nel 1347 arrivò in Italia penetrando attraverso la Sicilia e le repubbliche marinare; si diffuse poi in Olanda, in Inghilterra, in Germania, in Polonia ed in Russia per estinguersi nel 1353 sulle rive del Mar Nero, suo punto d'origine, probabilmente perché lì trovò i superstiti dell'episodio di 20 anni prima ormai immunizzati. Solo in Italia morirono 60000 persone a Napoli, 40000 a Genova, 100000 a Venezia, 96000 a Firenze e 70000 a Siena: tenuto conto di queste cifre e dei decessi in tutte le altre città, complessivamente la nostra penisola perse la metà della sua popolazione totale. Nel resto dell'Europa, in soli tre anni (dal 1347 al 1350) si ebbero ben 43 milioni di vittime a causa dell'epidemia.


Le difese adottate dai vari comuni contro le pestilenze furono inizialmente dettate dal bisogno immediato, poi vennero codificate in leggi da applicarsi nei casi di necessità: fin dall'inizio i malati di peste venivano espulsi dalle città; venne impedita l'usanza di accompagnare i funerali e tutto ciò che comportava un eccessivo agglomerato di gente; venne fatto obbligo di seppellire i cadaveri fuori dalla città anziché nelle chiese come era consuetudine; vennero stabiliti cordoni sanitari tra le città colpite dalla pestilenza e quelle limitrofe che ancora ne erano immuni; le persone che avevano assistito i malati dovevano stare lontano dalla città per almeno dieci giorni senza avere rapporti con nessuno; le case e le suppellettili degli appestati dovevano essere distrutte; i sacerdoti avevano l'obbligo di denunciare tutti i malati di cui avevano conoscenza; si obbligarono le navi che provenivano da regioni sospette a trascorrere un periodo di 40 giorni fuori dai porti prima di permettere loro l'attracco (da questa pratica nacque il termine "quarantena"). Si dovette però aspettare fino al 1403 per l'istituzione di particolari luoghi di ricovero, costruiti a spese dello stato e grazie a donazioni private, dove si potevano isolare i malati di peste (lazzaretti): la prima città a dotarsi di tali strutture fu Venezia, in particolare sull'isola di S. Maria di Nazareth dove i frati dell'ordine di S. Agostino avevano edificato un monastero. Il termine "lazzaretto" deriva infatti in parte dall'errata pronuncia di Nazarethum, con cui si identificava il suddetto monastero ed in parte dal fatto che su un'isola poco distante (S. Lazzaro degli Armeni) già esisteva una sorta di ospedale per i pellegrini.


Rapidamente tutte le altre città seguirono l'esempio di Venezia seguendo particolari norme: anzitutto un'adeguata distanza dal centro abitato per impedire il contagio, ma non eccessiva lontananza perché non fosse troppo disagevole il trasporto degli ammalati; poi una cura particolare era riservata all'orientamento al fine di evitare l'esposizione ai venti occidentali ritenuti nocivi (erano detti anche "putridi"); era infine consigliata la separazione dei lazzaretti dai centri abitati tramite acqua di mare dove possibile, di fiume (come a Roma per quello istituito sull'isola Tiberina) o di fossato (come a Milano). Senza dubbio i lazzaretti più funzionali erano quelli per la quarantena portuale che consistevano di quattro edifici isolati tra loro: uno serviva per il personale superiore (ispettori, commissari, medici, speziali, sacerdoti ed ufficiali), uno per il deposito di merci non sospette, per i malati comuni e per gli infermieri, un terzo per i malati sospetti e per la merce proveniente da luoghi infetti, l'ultimo, che era costruito ben più lontano dagli altri tre, per coloro che venivano colpiti manifestamente dalla malattia in questione.


Accanto ai mezzi sopra enunciati che potrebbero essere definiti di profilassi, va ricordato l'unico metodo utilizzato per tentare di debellare i morbi che causavano le varie pestilenze e cioè l'accensione di grandi fuochi. In essi venivano gettati unguenti, resine ed erbe aromatiche per depurare l'aria dai miasmi che si riteneva diffondessero il male in quanto si contrapponevano al tanfo proveniente dai corpi abbandonati in putrefazione. Tra le sostanze più usate vanno menzionate la resina di pino bruciata su legno di larice, lo zolfo, l'aceto ed anche materiali maleodoranti che comunque erano in grado di coprire il fetore dei miasmi come ad esempio lo sterco di bovini, corna e peli di svariati animali. Fu poi introdotto l'uso di tenere alle narici sostanze odorose per purificare l'aria direttamente inspirata: si trattava di spugne imbevute di aceto in cui erano stati tenuti in infusione chiodi di garofano, cannella ed altre spezie.


Molti furono gli autori che in questo periodo si dedicarono alla stesura di opere che dettavano regole e norme per preservarsi dalle varie pestilenze, in particolare dalla peste; tra essi va ricordato Dionisio Colle che enumerò e descrisse nella sua opera molti dei sintomi ai quali andavano incontro gli appestati, consigliando parecchi farmaci tra cui i suffumigi di pino e larice.

 

L'ospedalità è medioevale

Già poco tempo dopo la nascita della religione cristiana iniziò la pratica dell'assistenza caritativa agli ammalati e ai poveri in appositi ospizi e ricoveri: si chiamavano xenodochia quelli riservati agli stranieri, ptochia quelli per i poveri, gerontocomi erano dette le strutture per gli anziani, brefitrofi erano i luoghi dove si curavano i bambini e orfanotrofi quelli destinati a chi aveva perso i genitori.


Sorsero praticamente allo stesso tempo delle associazioni dette ordini ospedalieri; essi avevano in realtà una triplice natura, e cioè erano ospedalieri, militari e religiosi, visto che spesso svolgevano la loro attività in terre straniere, tra gli infedeli e i nemici del cristianesimo.


La situazione di questo genere di strutture non era certamente rosea sotto il profilo del rispetto delle norme igieniche o della qualità dell'assistenza prestata: soprattutto il personale stipendiato lasciava piuttosto a desiderare per comprensione e carità. Anche il tipo di costruzione, sebbene impreziosito da sculture, pitture ed opere d'arte, non appariva certo funzionale alle reali esigenze.


Il primo ospedale sorto in Italia fu quello di S. Spirito in Sassia, fatto costruire dal papa Innocenzo III nel 1201 a Roma. A questo seguirono poi gli ospedali di Pistoia (1271), quello di Firenze (1288) e poi via via tutti gli altri nelle maggiori città della penisola.