HISTORY OF MEDICINE - STORIA DELLA MEDICINA

Medicine in Ancient Rome - Medicina nell'Antica Roma

 

Medicina autoctona

Comprende almeno i primi seicento anni di vita della città di Roma, in cui più che di medici veri e propri si può parlare di persone (curatores) in grado di prestare occasionalmente una sorta di servizio sanitario in condizioni di straordinaria emergenza come ad esempio guerre o pestilenze. Due sono le espressioni della medicina in questa fase: quella empirica e quella sacerdotale.


La prima si basa su nozioni desunte dall'esperienza (erbe medicamentose, infusi, decotti ecc.) unite a elementi di magia ed ha come massimo esponente Catone il censore (234 a.C.-149 a.C.)

 

Fase di transizione

E' caratterizzata dall'arrivo a Roma di parecchi medici greci, molti dei quali erano per la verità di scarsa abilità tecnica e di dubbia moralità: si occupavano infatti principalmente di esecuzione di aborti, della produzione e della vendita di filtri amorosi. Erano quasi tutti schiavi o liberti, per cui inizialmente non godevano di grande prestigio.


Con Arcagato, arrivato dal Peloponneso intorno al 219 a.C., inizia invece la pubblica professione medica esercitata in luoghi a metà strada tra ambulatori, farmacie e scuole detti tabernae medicinae che ricordavano molto da vicino gli jatreia greci descritti da Ippocrate.

 

Periodo delle scuole

E' il momento di maggiore splendore della medicina a Roma: non a caso coincide con l'età imperiale. Sotto l'influenza delle varie scuole che tuttavia degeneravano spesso in vere e proprie sette in aperta contraddizione tra loro, comincia a prendere forma un pensiero medico vero e proprio.


Questo periodo abbraccia tre fasi ben distinte che hanno come punto di riferimento la figura di Galeno: la fase pre-galenica, quella galenica e quella post-galenica.

 

Medicina pre-galenica

Si estende quasi fino alla metà del II° sec. d.C. (dall'arrivo a Roma di Asclepiade fino alla nascita di Galeno) ed ha come principale caratteristica la presenza di una moltitudine di scuole, dottrine e tendenze varie tra cui vanno ricordate la scuola metodica, quella pneumatica, quella eclettica e l'enciclopedismo.


La scuola metodica prese questo nome perché si proponeva di razionalizzare e semplificare la propria dottrina per renderla accessibile anche alle menti meno brillanti. L'effetto che ottenne fu invece quello di togliere scientificità alla medicina e di avvilirne il significato. Ebbe come ispiratore Asclepiade di Bitinia (50 a.C. circa) il cui pensiero si basava sul fatto che la materia fosse composta da atomi che unendosi lasciavano tra loro dei pori attraverso i quali si muovevano altri atomi. Lo stato di salute era dato dalla perfetta proporzione tra atomi e pori; la malattia era data invece dall'eccessiva larghezza o strettezza degli stessi (status laxus che provocava pallore, flaccidità e astenia e status strictus che era caratterizzato da rossori, calori e sete ardente). Negava inoltre il principio ippocrateo della natura guaritrice che non poteva in alcun modo restringere o allargare i pori causa di malattia. Abbandonando poi la teoria umorale ridusse anche l'uso dei medicinali incentrando il suo modello di terapia su massaggi, idroterapia, passeggiate e musica. A questa scuola non mancarono comunque validi esponenti come Sorano d'Efeso e Celio Aureliano: essi andarono oltre la concezione degli atomi e dei pori occupandosi di patologia, di clinica, di terapia e di igiene.

 

La scuola pneumatica

La scuola pneumatica rappresentò una reazione a quella metodica e il ritorno ad alcuni principi cari ad Ippocrate. Deve il suo nome al fatto che individuava il pneuma, cioè il respiro, come la base dell'economia vitale dell'organismo anche se riteneva molto importante l'equilibrio degli umori sia per la costituzione fisica che per il temperamento. Fu fondata intorno al 50 d.C. da Ateneo di Attaleia, famoso per i suoi studi di semeiotica e sul polso, che considerava indice dello stato del pneuma nelle arterie.

 

La scuola eclettica

La scuola eclettica (dal 90 d.C.) tolse al sistema metodico la sua parte più ipotetica e assoluta mettendo invece in evidenza ciò che aveva di positivo e sperimentale, riprendendo inoltre la parte osservatrice di Ippocrate. Agatino da Sparta fu il suo fondatore; tra gli altri va citato Areteo di Cappadocia, famoso per l'accuratezza di alcune descrizioni anatomiche e di vari quadri patologici.

 

L'enciclopedismo

L'enciclopedismo consisteva nella trattazione di argomenti o tematiche di qualsiasi genere. La medicina, essendo un settore ancora relativamente inesplorato, attirò molti tra i più famosi scrittori romani tra cui Cicerone, Vitruvio, Marco Terenzio Varrone, Lucrezio, Plinio il Vecchio, Gellio e Seneca che, pur non essendo medici, se ne occuparono comunque in maniera abbastanza approfondita.


Un discorso a parte merita per la portata dei suoi studi e della sua opera Celso, uno tra i pochi medici originari di Roma; egli fu fondamentalmente ippocratico anche se non disdegnò altre dottrine quando spiegavano in modo sensato i fenomeni da lui presi in esame. Nelle sue opere trattò approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia: da ricordare, tra tutte le altre cose, la legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, la sutura delle ferite profonde, la toracotomia, le ernie inguinali, ombelicali e scrotali, l'intervento per l'eliminazione dei calcoli vescicali, la tecnica delle operazioni di emorroidi e varici, la chirurgia plastica e ben 24 tipi procedure chirurgiche in oculistica.

 

Galeno (138-201)

Si batté con decisione contro l'imperversare delle scuole che, in ultima analisi, stavano portando la medicina verso un periodo di decadenza ergendosi ad arbitro di tutto lo scibile medico: tentò di separare il vero dal falso, indipendentemente dalla fonte di provenienza, riunificando i vari sistemi di studio con la raccolta di tutto il materiale a sua disposizione, esaminandolo e vagliandolo a fondo e cercando di perfezionare il metodo sperimentale che stava alla base del suo pensiero. Dal momento che dette anche particolare valore alla clinica ed alla patologia, si può certamente dire che fu l'artefice della più completa forma di medicina mai concepita fino a quel momento.


In anatomia non si limitò a sterili descrizioni morfologiche: cercò di capire la funzione e la finalità di ogni singola parte dell'organismo, anche se sezionò più che altro corpi di animali (principalmente maiali, cani e scimmie). Le parti più minuziosamente trattate sono l'osteologia e la neurologia.


In fisiologia quasi ogni studio fu suffragato dalla parte sperimentale: scoprì la differenza tra nervi motori e sensitivi, distinse le lesioni degli emisferi cerebrali da quelle del cervelletto, valutò la funzione escretrice dei reni, la circolazione fetale e si occupò particolarmente degli organi di senso. Si soffermò inoltre a lungo sulla funzione circolatoria che, nonostante grossolani errori, avrebbe formato un caposaldo della fisiologia medioevale fino al rinascimento; i suoi punti fermi erano i seguenti: il fegato è il centro del sangue venoso e il cuore di quello arterioso; il cuore destro e quello sinistro comunicano tra loro; il sangue si esaurisce negli organi; le vene polmonari portano sangue sporco ai polmoni e lo riportano purificato al cuore.


In patologia non raggiunse invece livelli di eccellenza in parte per la costante preoccupazione di voler classificare ogni malattia, in parte per una venatura di filosofismo che emergeva nei casi in cui non riusciva a risalire alle reali cause del male. Partendo da due teorie abbastanza semplici, e cioè da quella dell'alterazione dei pori che si trovano tra gli atomi e da quella umorale, inserì nella sua dottrina una gran quantità di termini astrusi, suddivisioni spesso artificiose, cause e concause, portando talvolta la formulazione della diagnosi in un campo puramente astratto tramite sillogismi aristotelici senza dar luogo all'esame diretto del malato.


In clinica fu invece assai minuzioso: grazie alla diretta osservazione del malato, alla profonda conoscenza dell'anatomia ed all'esperienza accumulata durante i suoi studi di fisiologia era in grado di spiegare fatti e fenomeni che sfuggivano ai medici della sua epoca. Degna di essere ricordata è la diagnosi differenziale tra emottisi, ematemesi e sputo sanguigno da epistassi; descrisse inoltre vari tipi di febbre, i sintomi dell'infiammazione e sottolineò l'importanza dell'esame delle urine e della valutazione del polso di cui distinse non meno di 40 varietà.


Galeno fu poi il primo vero esperto di medicina legale: si occupò di morti vere ed apparenti, iniziò la pratica della docimasia idrostatica polmonare per constatare, in caso di sospetto infanticidio, se il feto avesse o no respirato, e delle simulazioni delle malattie.


In terapia partì dal concetto ippocratico della forza medicatrice della natura basandosi sulla regola del contraria contrariis. Ogni medicamento doveva poi essere di provata efficacia e prescritto per una ragione plausibile; conosceva quasi 500 sostanze semplici di origine vegetale e una vasta gamma di origine animale e minerale. Tra quelli composti i più famosi erano la picra (purgante amaro a base di aloe) e la hjera (purgante sacro a base di coloquintide). Frequente era anche il ricorso al salasso.

 

Medicina post-galenica

Generalmente con la morte di Galeno si rappresenta la chiusura del periodo aureo della medicina romana, anche se per almeno altri tre secoli la scienza medica sarebbe stata ancora sulla cresta dell'onda. Dopo Galeno, ad ogni modo, si sviluppò una sorta di dogmatismo e uno sterile canonismo portato avanti da figure a volte degne di nota che tuttavia non aggiunsero nulla di nuovo a quanto già era noto.


Oltretutto iniziò la tendenza allo sconfinamento del conoscibile nel campo dell'inconoscibile, caratteristica peculiare della medicina nel medioevo. Da ricordare Leonida di Alessandria (studiò la filaria e fu esperto negli interventi su ernia e gozzo), il famoso chirurgo Filagrio e suo fratello Poseidonio (si occupò delle malattie del cervello descrivendo molto accuratamente i deliri acuti, gli stati comatosi, quelli catalettici, l'epilessia e la rabbia).

 

Condizioni igienico-sanitarie nell'epoca romana

Una delle caratteristiche più peculiari della psicologia romana fu senza dubbio la preoccupazione per le norme igieniche allo scopo di formare buoni soldati e proteggere la salute di tutti i cittadini: fin dai tempi della repubblica iniziò la costruzione di acquedotti, bagni e piscine, si presero provvedimenti atti a risanare luoghi malsani, si fecero studi per scegliere oculatamente i luoghi dove costruire insediamenti urbani, vennero emanate vere e proprie ingiunzioni legali al fine di moderare l'alimentazione e di evitare malattie. Celso, ad esempio, si dilunga parecchio su questo argomento nelle sue opere evidenziando particolarmente l'importanza della dieta, della moderazione nei rapporti sessuali, della necessità di scegliere un clima conveniente e di dedicarsi all'esercizio fisico ed ai bagni. Tra gli aspetti di maggior rilievo trattati dall'igiene romana vanno ricordati l'igiene dell'acqua, quella mortuaria, quella alimentare e l'esercizio fisico.

 

L'acqua

Fu probabilmente l'argomento principale in tutti i suoi aspetti: sia come elemento di insalubrità (nei luoghi paludosi), sia come bisogno primario di ogni agglomerato urbano, sia come elemento di pulizia e di rinvigorimento delle forze fisiche, sia come sussidio terapeutico.


Già gli Etruschi iniziarono il risanamento di alcune zone malariche attraverso canali di drenaggio che favorivano lo scolo delle acque stagnanti, e cunicoli muniti di lastre di piombo bucherellate per filtrare e depurare l'acqua. I Romani proseguirono queste opere di bonifica iniziando con la costruzione della Cloaca Massima all'epoca di Tarquinio Prisco e con la canalizzazione delle acque urbane reflue nel Tevere.


La sorveglianza dello smaltimento delle acque di rifiuto e delle rive del fiume era ritenuta di fondamentale importanza ed era pertanto affidata a particolari autorità civili: in un primo momento se ne occupavano Edili e Censori, poi fu invece creato un vero e proprio apparato burocratico al cui vertice stava il Comes Cloacarum da cui dipendevano i Consulares Aquarum che arrivarono anche al numero di 700. Altra figura di primo piano era il Curator Aquarium, responsabile della sorveglianza degli acquedotti deteriorati e di quei tratti di terreno nei quali scorrevano le condutture sotterranee; egli vigilava per impedire che si costruissero case, che si piantassero alberi o che si accumulassero immondizie nelle loro immediate vicinanze.


Fu Anco Marzio a portare per la prima volta l'acqua verso Roma attraverso un sistema di incanalamento, ma il primo vero e proprio acquedotto (che misurava 11 miglia romane) fu costruito dal censore Appio Claudio nel 312 a.C.. Con il passare degli anni nella sola città di Roma si arrivò al numero di 14 acquedotti per un totale di 600 Km con una portata di ben 1,5 milioni di metri cubi giornalieri, e tantissimi altri ne furono costruiti in tutte le città più importanti dell'impero (Nimes, Tarragona, Segovia, Parigi, Cartagine...).


Come accennato in precedenza gli acquedotti erano in parte sotterranei e in parte scorrevano sopra strutture composte da arcate. Nel primo caso, ad intervalli regolari, vi erano aperture dette putei che servivano per la ventilazione e lo spurgo del canale. Il condotto che portava l'acqua era detto specus ed era dotato di un rivestimento impermeabile. In tratti nei quali l'acqua non era limpida venivano costruite infine alcune vasche dette piscinae limariae allo scopo di far sedimentare il fango.


Altro segno tangibile della cultura romana e della sua attenzione all'igiene pubblica sono le terme, costruzioni di cui l'Urbe fu ricchissima, tanto che nell'epoca di maggior splendore se ne contavano circa 800 nella sola area della città. Anche se in seguito sarebbero state probabilmente una tra le cause della decadenza della civiltà romana a causa dell'uso smodato che si finì per farne, il principio che le aveva ispirate era senza dubbio positivo. I romani erano soliti bagnarsi nel Tevere già fin dai primi tempi dopo la fondazione della città; poi cominciarono ad essere costruite piscine artificiali, pubbliche e private . I lavaggi quotidiani si limitavano alle braccia e alle gambe, mentre ogni nove giorni veniva lavato tutto il corpo.


Vitruvio codificò il sistema architettonico delle terme romane: a prescindere dal fatto che l'orientazione della struttura doveva essere tale da poter ricevere il sole in certe ore piuttosto che in altre e che si doveva tenere nella giusta considerazione anche l'esposizione ai venti, i tre elementi essenziali erano le vasche di acqua tiepida, calda e fredda, ovvero il tepidarium, il calidarium e il frigidarium e quelli accessori, il laconicum (la sauna) e gli apodicteria (gli spogliatoi). Poi, a seconda della maggiore o minore lussuosità, si potevano aggiungere anche altri ambienti totalmente estranei al concetto igienico come ad esempio la biblioteca, lo stadio o la palestra.


Le donne potevano accedere alle terme di mattina, gli uomini invece da mezzogiorno fino a dopo il tramonto; gli ammalati potevano entrare anche prima dell'orario di apertura. Solitamente il trattamento iniziava con esercizi fisici, bagni di sole e massaggi; poi si passava nella vasca calda, in quella tiepida, e per ultimo in quella fredda. Infine la seduta alle terme prevedeva un ulteriore massaggio, l'unzione con balsami ed oli profumati.


Numeroso era il personale che lavorava alle terme: a parte il conductor (appaltatore) e il balneator (amministratore), vi erano parecchi schiavi addetti a vari servizi come l' arcarius (guardarobiere), il capsarius (cassiere), l'unctor (untore), il tractator (massaggiatore), l'alipiles (depilatore).

 

L'esercizio fisico

Uno dei caposaldi fondamentali nell'organizzazione sanitaria di Roma fu l'educazione fisica che veniva impartita nei ginnasi e nelle palestre al fine di irrobustire la gioventù e dare alla patria cittadini sani e soldati forti. Da ricordare la Iuventus, un'associazione a carattere ginnico premilitare a cui potevano iscriversi i giovani dai 6 ai 18 anni di età. Nei ginnasi il sistarca si occupava di dirigere gli esercizi coadiuvato dal gymnasta il quale non era un vero e proprio medico, ma doveva avere anche nozioni di traumatologia ed ortopedia.

 

L'igiene mortuaria

Molte erano le leggi riguardo le sepolture e i funerali, ma probabilmente vanno intese più in senso rituale che igienico.


Inizialmente i cadaveri venivano bruciati e le ceneri raccolte in urne che venivano depositate in ampie tombe comuni, mentre con l'avvento del cristianesimo iniziò l'uso di seppellire i morti: sia la cremazione che la sepoltura dovevano essere effettuate fuori dalla città per impedire il diffondersi di esalazioni provenienti dai corpi; l'inumazione si eseguiva chiudendo la salma in una bara di marmo o di metallo. Gli schiavi, i poveri e gli avanzi del circo venivano invece gettati in sorta di fosse comuni a cielo aperto nei pressi del colle Esquilino (i puticoli) e spesso diventavano cibi per corvi e cani randagi, almeno finché Mecenate non decise di bonificare tutta quella zona.

 

L'igiene alimentare

Esistevano leggi per la morigeratezza dei banchetti che stabilivano persino la quantità dei cibi da usarsi a seconda delle persone presenti; era punita inoltre l'ubriachezza, ma solo quella delle donne. Abbastanza attenta era la vigilanza sui generi alimentari: gli Edili erano responsabili del controllo sulla qualità dei prodotti in vendita all'interno dei mercati ed avevano anche la facoltà di elevare contravvenzioni. Particolare cura era riservata la sorveglianza sul grano e sulle carni.

 

Altre norme igieniche

Apposite leggi regolavano il servizio di nettezza urbana e altre disposizioni riguardavano la manutenzione delle strade, dei luoghi dove sorgevano le terme, delle fognature e delle latrine: ad esempio vi erano disposizioni ben precise sugli appalti per lo svuotamento dei pozzi neri e non era consentita la circolazione all'interno della città durante il giorno ai carri che trasportavano i materiali di rifiuto.


Da ricordare la legge contro il celibato (sia per scopi demografici che per motivi igienici) e quella sulla prostituzione: le "case chiuse" potevano essere aperte fuori città e solo di sera; inoltre le meretrici dovevano essere iscritte in un apposito registro controllato dagli edili.

 

L'epidemiologia

Il concetto di epidemiologia non si discostò molto da quello che già esisteva in epoca greca: si pensava cioè alla costituzione epidemica dell'atmosfera causata dagli eccessi di calore, umidità, secchezza e freddo; si sospettava poi che una qualche sostanza velenosa non bene identificata (ma che si pensava provenire dalla putrefazione dei cadaveri insepolti) potesse penetrare nell'organismo principalmente attraverso le vie respiratorie.


Non mancavano però interpretazioni assolutamente fantastiche: le pestilenze potevano avere origine tellurica (il veleno esalava dalla terra dopo i terremoti), religiosa e astrologica. Contro di esse si accendevano grandi fuochi in cui venivano bruciati fiori profumati ed unguenti aromatici in modo tale da rinnovare e purificare l'aria.

 

L'ospedalità è a Roma

Non si può certo parlare di vere e proprie cliniche o strutture di stampo ospedaliero nell'antica Roma, tuttavia bisogna ricordare la presenza dei valetudinaria, cioè infermerie private dove i patrizi erano soliti curare i propri famigliari e gli schiavi. Qui trovavano impiego sia medici che infermieri (servi a valetudinario). Inoltre erano famose le medicatrinae adiacenti al tempio di Esculapio, sull'isola Tiberina, dove gli ammalati erano tenuti sotto la diretta osservazione di medici e dei loro discepoli.

 

L'insegnamento della medicina

Ai tempi della medicina autoctona l'istruzione in questo ambito era affidata al pater familias; nel periodo di transizione si apprendeva l'arte medica, principalmente per imitazione, nelle tabernae; nel periodo imperiale sorsero infine varie scuole private. Naturalmente non era previsto nessun esame di idoneità alla professione: l'abilitazione veniva attestata dal giudizio insindacabile del maestro. Solo in seguito lo stato iniziò ad occuparsi dell'ordinamento degli studi stabilendo una parte di insegnamento teorica ed una pratica. La teoria era trattata nelle biblioteche e nelle scholae medicorum, mentre le lezioni pratiche in cui si apprendevano i rudimenti della semeiotica, della clinica e della chirurgia venivano impartite nei valetudinari e durante le visite private che il maestro faceva nelle case dei suoi clienti. L'imperatore Vespasiano istituì uno stipendio per coloro che si dedicavano all'insegnamento, Adriano in seguito decise che spettava loro anche una sorta di liquidazione una volta cessata l'attività didattica. Quest'ultimo fece inoltre costruire un grande edificio scolastico (atheneum) dove si tenevano pubbliche lezioni, probabilmente anche di medicina. In realtà la prima testimonianza di una cattedra statale di medicina si ebbe sotto l'impero di Alessandro Severo nel III° sec. d.C., e in seguito Giuliano l'apostata decretò nel IV° sec. d.C. la legge sull'idoneità dei medici stabilendo un programma di studi comprensivo di frequenze obbligatorie.

 

La medicina militare

Nell'esercito romano c'era un medico per ogni coorte e due per quella in prima linea. Dipendevano dal praefectus castrensis e da un medico capo che spesso era anche il medico personale dell'imperatore, ma non potevano passare al rango di ufficiali in quanto non partecipavano direttamente alle battaglie. L'assistenza ai feriti veniva prestata direttamente sul campo, all'aperto; per i casi più gravi c'era il valetudinarium in castris, una sorta di ospedale da campo che poteva contenere fino a 200 pazienti e in cui trovavano impiego anche infermieri, massaggiatori ed inservienti.